“Il mio portafoglio ha fatto il 7% quest’anno.” È una frase che si sente spesso. E quasi sempre è sbagliata. Non perché il numero sia inventato — ma perché quel 7% non è il rendimento reale. È il rendimento che compare sul report. Quello che resta in tasca è un’altra storia.
Tra il rendimento che si vede e quello che si ha ci sono almeno tre filtri invisibili: l’inflazione, la fiscalità e i costi. Ognuno di questi erode una fetta del rendimento. Insieme, possono dimezzarlo. E la cosa più insidiosa è che nessuno dei tre compare nel numero che la banca comunica come “performance del portafoglio”.
Primo filtro: l’inflazione
Il rendimento nominale è quello che si legge sul report. Il rendimento reale è quello che resta dopo l’inflazione. E la differenza non è accademica — è il potere d’acquisto.
Un portafoglio che rende il 5% in un anno con inflazione al 2,5% ha un rendimento reale del 2,5%. Non del 5%. Quei 100.000 euro che a fine anno sono diventati 105.000 comprano esattamente le stesse cose che 102.500 euro compravano a inizio anno. Il guadagno percepito è il doppio di quello effettivo.
Il problema si amplifica nel lungo periodo. Su vent’anni, un’inflazione media del 2,5% riduce il potere d’acquisto del 39%. Significa che chi oggi ha un tenore di vita da 100.000 euro all’anno, tra vent’anni ne serviranno circa 164.000 per mantenere lo stesso stile di vita. Se il portafoglio non genera un rendimento reale positivo — cioè superiore all’inflazione — il patrimonio si sta consumando anche se il numero sul conto cresce.
È per questo che lasciare il patrimonio sul conto corrente, in titoli di stato a breve termine o in fondi monetari è una scelta che sembra sicura ma nel tempo è distruttiva. Non si perde denaro — si perde potere d’acquisto. L’effetto è lo stesso, solo più lento e meno visibile.
Secondo filtro: la fiscalità
Il rendimento lordo è quello che il portafoglio genera prima delle imposte. Il rendimento netto è quello che resta dopo. In Italia, la differenza è tutt’altro che trascurabile.
Redditi di capitale (cedole obbligazionarie, dividendi): tassati al 26% alla fonte. Per i titoli di stato italiani ed equiparati, l’aliquota scende al 12,5%. Ogni cedola, ogni dividendo incassato viene decurtato prima di arrivare sul conto.
Redditi diversi (plusvalenze da compravendita di titoli): tassati al 26% al momento del realizzo (12,5% per i titoli di stato). La tassazione si genera solo quando si vende con profitto — il che significa che un portafoglio ad accumulo differisce l’imposta, mantenendo più capitale investito nel tempo.
La differenza tra un portafoglio che distribuisce cedole e dividendi e uno che accumula e reinveste è significativa nel lungo periodo. Nel primo caso, l’imposta si paga ogni anno — riducendo la base su cui si genera il rendimento futuro. Nel secondo, l’imposta si differisce — e l’effetto composto lavora su una base più ampia. Su vent’anni e su un patrimonio importante, questa differenza vale decine di migliaia di euro.
C’è poi il tema delle minusvalenze. Le perdite realizzate generano un credito fiscale che può essere compensato con future plusvalenze — ma solo entro quattro anni. Troppe volte abbiamo visto portafogli con minusvalenze in scadenza che nessuno ha pensato di utilizzare. Sono soldi persi per sempre — non perché il mercato è sceso, ma perché nessuno ha gestito la fiscalità.
Terzo filtro: i costi
Se l’inflazione è il nemico silenzioso e la fiscalità è il pedaggio obbligatorio, i costi sono la variabile su cui si ha più controllo — e quella che viene controllata meno.
Partiamo dai dati. Secondo il report annuale ESMA (2025), i fondi azionari in Italia costano in media il 2% annuo — contro una media europea dell’1,5%. Il Sole 24 Ore ha più volte evidenziato come l’Italia sia tra i Paesi con i costi di gestione più elevati del continente. E questi sono i costi medi: per alcune gestioni patrimoniali, polizze unit linked e fondi di fondi, i costi complessivi possono superare il 3-4% annuo. In casi documentati — come evidenziato da studi Mediobanca e Morningstar — alcuni prodotti hanno raggiunto costi totali superiori al 5%.
C’è poi un aspetto che viene quasi sempre ignorato: il rapporto tra costo e rischio. Un rendimento del 7% non è “buono” o “cattivo” in assoluto — dipende dal rischio assunto per ottenerlo. Un portafoglio interamente azionario che rende il 7% sta pagando quel rendimento con una volatilità significativa. Se a quel rischio si aggiungono costi del 2,5%, il rendimento netto costi scende al 4,5% — ma il rischio resta lo stesso. Si sta pagando molto per un rendimento che, aggiustato per il rischio e i costi, diventa modesto.
Un portafoglio con costi totali del 2,5% annuo che genera un rendimento lordo del 6% produce un rendimento netto costi del 3,5%. Dopo l’inflazione al 2,5%, il rendimento reale netto costi è dell’1%. Dopo le imposte, siamo praticamente a zero. Un rendimento “del 6%” si è trasformato in nulla.
Lo stesso portafoglio con costi totali dell’1-1,2% — ottenuto con una consulenza a fee esplicita e strumenti efficienti — produce un rendimento netto costi del 4,8-5%. Dopo inflazione, il 2,3-2,5%. Dopo imposte, circa l’1,7-1,8%. Quasi il doppio. Non perché il mercato ha reso di più — perché i costi hanno eroso di meno.
Un dato ESMA che merita attenzione: un investitore che dieci anni fa ha investito 100.000 euro in un portafoglio misto di fondi comuni ha mediamente un capitale di circa 186.000 euro — e ha pagato complessivamente 32.000 euro di costi. Quasi un terzo della crescita se n’è andato in commissioni.
Su un patrimonio di 1.000.000 di euro e un orizzonte di vent’anni, la differenza tra costi al 2,5% e costi all’1,2% vale oltre 500.000 euro. Non è un dettaglio. È un patrimonio nel patrimonio.
Il rendiconto costi e oneri (ex-post MiFID), che ogni intermediario è tenuto a consegnare annualmente, contiene tutte le informazioni necessarie per valutare l’incidenza dei costi. Chi non lo ha mai letto dovrebbe iniziare da lì.
L’effetto combinato: il rendimento che davvero conta
Mettiamo insieme i tre filtri con un esempio concreto.
Un portafoglio da 1.000.000 di euro con rendimento lordo nominale del 6% annuo:
Rendimento lordo nominale: 6,0% — 60.000 €/anno.
Meno costi (ipotesi 2,5%): 3,5% — 35.000 €/anno.
Meno inflazione (ipotesi 2,5%): 1,0% — 10.000 €/anno di crescita reale.
Meno imposte (stima media 0,3%): ~0,7% — 7.000 €/anno di rendimento reale netto.
Il 6% è diventato meno dell’1%. Su un patrimonio importante e su un orizzonte lungo, questa consapevolezza cambia radicalmente il modo di pianificare.
Con gli stessi numeri ma costi all’1,2%:
Rendimento lordo nominale: 6,0%.
Meno costi (1,2%): 4,8%.
Meno inflazione (2,5%): 2,3%.
Meno imposte (stima 0,4%): ~1,9% di rendimento reale netto.
Più del doppio. Stessi mercati, stesso rendimento lordo. La differenza è tutta nella struttura del portafoglio.
Il simulatore investimenti disponibile sul sito consente di verificare l’impatto di diversi livelli di costo e inflazione sulla crescita del proprio capitale.
Cosa si può fare: le leve sotto il proprio controllo
Il rendimento dei mercati non è controllabile. L’inflazione non è controllabile. Le aliquote fiscali non sono controllabili. Ma ci sono tre leve su cui si può intervenire concretamente.
Ridurre i costi. Verificare il costo totale del portafoglio con il rendiconto MiFID. Confrontare con i dati ESMA: se il portafoglio costa più del 2% annuo, è probabile che esistano alternative più efficienti. Ogni punto percentuale di costo risparmiato è un punto percentuale di rendimento guadagnato — con certezza, non con speranza.
Ottimizzare la fiscalità. Utilizzare strumenti ad accumulo quando possibile, per differire la tassazione. Monitorare le minusvalenze e compensarle prima della scadenza dei quattro anni. Valutare il regime fiscale più adatto (amministrato vs dichiarativo) in base alla composizione del portafoglio. Sfruttare la deducibilità del fondo pensione (5.300 euro annui dal 2026).
Investire per il rendimento reale. Un portafoglio che non batte l’inflazione nel lungo periodo non sta proteggendo il patrimonio — lo sta consumando lentamente. L’allocazione deve essere calibrata per generare un rendimento reale positivo, coerente con il profilo di rischio e con gli obiettivi.
Il rendimento che conta è quello che resta
Un portafoglio che “fa il 7%” suona bene. Un portafoglio che “fa l’1% reale netto” suona molto meno bene — ma potrebbe essere la stessa cosa. La differenza non è nel mercato. È nella consapevolezza.
Il primo passo per migliorare il rendimento del proprio patrimonio non è cambiare gli strumenti o inseguire performance migliori. È capire quanto si sta davvero guadagnando. E quanto si sta pagando per farlo.
Valutare il servizio
Per chi desidera una verifica del rendimento reale netto del proprio portafoglio — al netto di inflazione, costi e fiscalità — è possibile richiedere un incontro conoscitivo riservato. Un confronto strutturato per analizzare la situazione attuale e valutare se il patrimonio sta davvero lavorando come dovrebbe.
Domande frequenti
Come faccio a calcolare il rendimento reale del mio portafoglio?
Partendo dal rendimento nominale riportato nel report della banca, si sottrae l’inflazione dell’anno (dato ISTAT), si sottraggono i costi totali (dal rendiconto MiFID ex-post) e si stima l’impatto fiscale. Il risultato è il rendimento reale netto — l’unico che conta per la pianificazione patrimoniale.
Meglio strumenti a distribuzione o ad accumulo?
Per efficienza fiscale, gli strumenti ad accumulo sono generalmente preferibili: differiscono la tassazione e mantengono più capitale investito nel tempo. Gli strumenti a distribuzione (cedole, dividendi) offrono un flusso periodico ma vengono tassati ogni volta che distribuiscono, riducendo la base su cui opera l’effetto composto. La scelta dipende dalle esigenze di liquidità, ma per chi non ha bisogno di flussi immediati l’accumulo è più efficiente.
Le minusvalenze scadono davvero?
Sì. Le minusvalenze realizzate possono essere compensate con plusvalenze entro quattro anni dalla data di realizzo. Dopo questo termine, il credito fiscale si perde definitivamente. È fondamentale monitorare le minusvalenze in scadenza e, se possibile, realizzare plusvalenze compensabili prima della scadenza.
Cosa posso fare se il mio portafoglio ha costi troppo alti?
Il primo passo è leggere il rendiconto costi e oneri (ex-post MiFID) e quantificare il costo totale annuo in euro e in percentuale. Se il costo supera il 2% — e secondo ESMA la media italiana dei fondi azionari è al 2%, con punte molto superiori — è opportuno valutare con il supporto di un professionista se esistono alternative più efficienti che mantengano la stessa qualità di gestione a un costo inferiore.
Mirko Tessari — Consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede
Iscritto all’Albo OCF — Delibera n. 804 del 18/01/2017






