5 errori che i patrimoni importanti non possono permettersi — Mirko Tessari

5 errori che i patrimoni importanti non possono permettersi

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di Mirko Tessari

Quando il patrimonio supera una certa soglia, le regole cambiano. Non perché i mercati funzionino diversamente, ma perché la posta in gioco è un’altra. Un errore su un portafoglio da 30.000 euro è un fastidio. Lo stesso errore su un portafoglio da 500.000 o un milione diventa un problema strutturale — a volte irreversibile.

Nella nostra esperienza, i patrimoni importanti non vengono erosi dai crolli di mercato. Vengono erosi da errori silenziosi, invisibili, che si accumulano nel tempo senza che nessuno li segnali. Eccone cinque.


1. Concentrazione non consapevole

È il più frequente. E il più insidioso, perché chi lo commette è spesso convinto di essere diversificato.

L’imprenditore edile che investe i risparmi in fondi immobiliari — convinto di diversificare, ma in realtà raddoppiando l’esposizione allo stesso settore che già gli dà il reddito. Il dirigente di un’azienda tecnologica che ha le stock option, il fondo pensione investito in azionario tech e un portafoglio ETF con forte peso sulla tecnologia. Il medico che possiede lo studio, l’immobile dove lavora e investe in fondi del settore healthcare.

In ognuno di questi casi il patrimonio sembra articolato — strumenti diversi, nomi diversi. Ma il rischio sottostante è lo stesso. Se quel settore va in crisi, tutto si muove nella stessa direzione. Contemporaneamente. Lo stesso vale per chi ha tre o quattro fondi che sembrano diversi ma contengono gli stessi titoli sottostanti: non è diversificazione, è moltiplicazione dello stesso rischio.

La diversificazione vera non è avere tanti strumenti. È avere strumenti che non dipendono tutti dalle stesse variabili.


2. Investire senza obiettivi

“Voglio far rendere i miei soldi.” È la frase che si sente più spesso al primo incontro. Ed è, con tutto il rispetto, la premessa sbagliata.

Non esiste un portafoglio “buono” in assoluto. Esiste un portafoglio coerente con ciò che si vuole ottenere. E ciò che si vuole ottenere non è quasi mai solo “rendimento”.

C’è chi ha bisogno di proteggere il capitale per un passaggio generazionale tra dieci anni. Chi deve generare una rendita integrativa tra cinque. Chi vuole accumulare per i figli. Chi ha venduto un’azienda e deve vivere di quel capitale per trent’anni senza lavorare.

Ognuna di queste situazioni richiede un portafoglio completamente diverso. Eppure, nella maggior parte dei casi, il portafoglio è stato costruito senza che nessuno abbia mai chiesto: “Questo denaro, a cosa deve servire?”

Senza un obiettivo, non esiste criterio per valutare se le cose stanno andando bene o male. E senza un criterio, ogni decisione diventa emotiva.


3. Sottovalutare l’impatto dei costi nel tempo

L’1% all’anno non sembra molto. Su un patrimonio di 500.000 euro sono 5.000 euro — “il costo di una vacanza”, come dicono alcuni. Ma i costi si compongono esattamente come i rendimenti, solo al contrario.

Un portafoglio da 500.000 euro con un rendimento lordo del 6% e costi all’1% produce, in vent’anni, circa 1.327.000 euro. Lo stesso portafoglio con costi al 2,5% arriva a circa 1.005.000 euro. La differenza — oltre 320.000 euro — non è andata ai mercati. È andata in commissioni.

Il problema non è pagare. Il problema è pagare senza sapere quanto e senza verificare se il valore ricevuto giustifica il costo. Il rendiconto costi e oneri (ex-post MiFID), che ogni intermediario è tenuto a consegnare annualmente, è il punto di partenza per questa verifica. Chi non lo ha mai letto dovrebbe farlo. Chi non lo ha mai ricevuto dovrebbe chiederlo.

Per simulare l’impatto dei costi sulla crescita del proprio capitale è disponibile il simulatore investimenti nella sezione strumenti del sito.


4. Prendere decisioni emotive

Marzo 2020. I mercati crollano del 35% in tre settimane. Il telefono squilla. “Venda tutto.” La paura è comprensibile. Ma vendere tutto nel punto di massimo ribasso è l’equivalente finanziario di uscire di casa durante un terremoto: il pericolo è fuori, non dentro.

Chi ha venduto in quel momento e non è più rientrato ha cristallizzato la perdita. In quel caso specifico il mercato ha recuperato in tempi relativamente rapidi — ma non è sempre così. Dopo la crisi del 2008, alcuni indici hanno impiegato anni per tornare ai livelli precedenti. Il punto non è quanto tempo serve per recuperare. Il punto è che vendere nel panico trasforma una perdita temporanea in una perdita definitiva.

Le decisioni emotive non riguardano solo il panico. Riguardano anche l’euforia. Comprare un titolo perché “sta salendo tantissimo”, entrare in un settore perché “tutti ne parlano”, concentrare il portafoglio su un tema di moda. Sono tutte varianti dello stesso errore: sostituire un metodo con un’emozione.

Il ruolo del consulente, in questi momenti, non è avere ragione. È essere il filtro tra l’emozione del cliente e la decisione operativa. È dire “aspettiamo, rivediamo i numeri, atteniamoci al piano” quando tutto intorno dice il contrario. Chi ha un patrimonio importante e non ha questo filtro è esposto a un rischio che nessuna diversificazione può mitigare.


5. Non pianificare la fiscalità

La fiscalità è il territorio dove si perdono più soldi senza accorgersene. Non per evasione — per disattenzione.

Minusvalenze che scadono dopo quattro anni senza essere state compensate. Plusvalenze realizzate in un anno in cui si potevano differire. Strumenti fiscalmente inefficienti detenuti in regime amministrato quando il regime dichiarativo sarebbe stato più vantaggioso. Fondi pensione non utilizzati per la deducibilità.

Per chi opera attraverso una società, c’è un aspetto spesso trascurato: i proventi finanziari concorrono alla formazione del reddito d’impresa e sono soggetti a IRES. Tuttavia, i rendimenti da titoli di stato vengono tassati su una base imponibile ridotta. Una pianificazione attenta della composizione del portafoglio societario può fare una differenza significativa sul carico fiscale complessivo.

Un altro elemento che pochi imprenditori conoscono: in un modello di consulenza a fee esplicita, il costo della consulenza può essere dedotto come costo aziendale — a differenza delle commissioni incorporate nei prodotti, che non hanno questa possibilità. È un vantaggio concreto che rende il modello a fee on top ancora più efficiente per chi ha un’impresa.

Ogni anno, su un patrimonio rilevante, le inefficienze fiscali possono costare migliaia di euro. Non sono soldi “persi” nel senso tradizionale — sono soldi che si sarebbero potuti risparmiare con una pianificazione più attenta.

La gestione fiscale del portafoglio non è un’attività separata dall’investimento. È parte integrante della strategia. Un rendimento lordo del 6% che diventa netto del 3,5% per inefficienze fiscali è un risultato completamente diverso da un 6% che diventa netto del 4,5%. La differenza, su un patrimonio importante e un orizzonte lungo, vale quanto la scelta degli strumenti.


Il filo conduttore

Questi cinque errori hanno una cosa in comune: non fanno rumore. Non producono perdite improvvise, non generano allarmi, non appaiono nel report trimestrale. Lavorano in silenzio, anno dopo anno, erodendo il potenziale del patrimonio senza che il titolare se ne accorga.

La buona notizia è che sono tutti evitabili. Con un metodo strutturato, una pianificazione per obiettivi, una verifica periodica dei costi e una gestione disciplinata delle emozioni, un patrimonio importante può non solo essere protetto — ma crescere in modo coerente con le aspettative di chi lo ha costruito.

Costruire un patrimonio richiede anni di lavoro e sacrificio. Proteggerlo richiede metodo e attenzione. Le due cose meritano lo stesso livello di serietà.


Valutare il servizio

Per chi desidera verificare se il proprio patrimonio è gestito con il metodo e la trasparenza che merita, è possibile richiedere un incontro conoscitivo riservato. Un confronto strutturato per analizzare la situazione attuale e valutare se esistono margini di miglioramento.


Domande frequenti

Come faccio a sapere se il mio portafoglio è troppo concentrato?
Un’analisi della correlazione tra le diverse componenti del patrimonio — finanziario, immobiliare, aziendale, previdenziale — è il primo passo. Se la maggior parte delle componenti dipende dallo stesso settore, dalla stessa area geografica o dallo stesso intermediario, il rischio di concentrazione è concreto.

Quanto incidono realmente i costi su un orizzonte di vent’anni?
Su un patrimonio di 500.000 euro con rendimento lordo del 6%, la differenza tra costi all’1% e costi al 2,5% è di oltre 320.000 euro in vent’anni. Il simulatore investimenti consente di verificare l’impatto dei costi sulla crescita del proprio capitale.

Come si evitano le decisioni emotive?
Con un piano definito prima che l’emozione si presenti. La strategia del portafoglio — allocazione, ribilanciamento, livello di perdita massima accettabile — va stabilita nei momenti di calma, non durante una crisi. Il consulente serve esattamente a questo: mantenere la disciplina quando il mercato la mette alla prova.

La pianificazione fiscale è compito del consulente finanziario o del commercialista?
Di entrambi, idealmente in coordinamento. Il consulente finanziario gestisce l’efficienza fiscale degli investimenti (compensazione minusvalenze, scelta del regime, ottimizzazione degli strumenti). Il commercialista gestisce la fiscalità complessiva del patrimonio e del reddito. Quando i due professionisti collaborano, il risultato per il cliente migliora sensibilmente.


Mirko Tessari — Consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede
Iscritto all’Albo OCF — Delibera n. 804 del 18/01/2017

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