Investire guardando lo specchietto retrovisore — Mirko Tessari

Investire guardando lo specchietto retrovisore: la lezione del Nikkei

Negli anni Ottanta il Giappone era il futuro. Le aziende giapponesi dominavano l’elettronica, l’automotive e la manifattura. Tokyo era la piazza finanziaria più importante del mondo. L’indice Nikkei 225 aveva quadruplicato il suo valore in meno di un decennio. Chi non investiva in Giappone stava “perdendo il treno”.

Il 29 dicembre 1989 il Nikkei toccò il massimo storico: 38.957 punti. Poi iniziò a scendere. E non tornò a quei livelli per trentaquattro anni — fino al 2024.

Chi avesse investito tutto nel Nikkei al picco del 1989 avrebbe aspettato più di tre decenni per rivedere il proprio capitale nominale — senza contare l’inflazione, che in quel periodo ha eroso ulteriormente il potere d’acquisto reale.

La domanda è: in quanti avrebbero resistito trentaquattro anni senza vendere? E soprattutto: quanti avrebbero potuto permetterselo?


Lo specchietto retrovisore non è il parabrezza

Il problema non è il Giappone in sé. Il problema è il meccanismo mentale che ha portato milioni di investitori a concentrare tutto su un unico mercato — perché “aveva sempre reso bene”.

Guardiamo ai fatti: tra il 1970 e il 1989 il Nikkei fece +1.500%. Chi guardava i rendimenti passati vedeva solo un’unica direzione — in alto. E chi si basava su quei rendimenti per decidere dove investire stava guidando guardando lo specchietto retrovisore.

Lo specchietto retrovisore mostra dove siamo stati. Non dove stiamo andando. E nei mercati finanziari, ciò che ha funzionato negli ultimi dieci anni non è necessariamente ciò che funzionerà nei prossimi dieci.


Ti suona familiare?

Se sostituisci “Giappone anni ’80” con “America anni 2010-2025”, il parallelo è immediato.

Oggi gli Stati Uniti pesano per oltre il 60% dell’indice azionario mondiale. Le Big Tech americane — Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon, Alphabet, Meta, Tesla — dominano le classifiche. L’S&P500 ha fatto +250% negli ultimi dieci anni. Chi non investe in America sta “perdendo il treno”.

Ti ricorda qualcosa?

Questo non significa che l’America crollerà come il Giappone nel 1989. Potrebbe continuare a crescere per un altro decennio. Ma significa che dare per scontato che continuerà è esattamente lo stesso errore che fecero gli investitori giapponesi trentacinque anni fa.

E i segnali ci sono. La concentrazione del mercato americano su pochi titoli tecnologici è a livelli storici. Le valutazioni — misurate con il rapporto prezzo/utili — sono tra le più alte degli ultimi vent’anni. E la storia ci dice che i decenni di rendimenti superiori alla media sono quasi sempre seguiti da decenni di rendimenti inferiori alla media.


Il mito del mercato “migliore”

La leadership dei mercati cambia nel tempo. Sempre. Ecco la rotazione degli ultimi cinquant’anni:

Anni ’70: le materie prime e l’oro dominavano. Il petrolio era il tema del decennio.

Anni ’80: il Giappone era il mercato più performante al mondo. Il Nikkei surclassava tutto.

Anni ’90: gli Stati Uniti presero il sopravvento con la rivoluzione tecnologica e la bolla Dot-Com.

Anni 2000: i mercati emergenti — Cina, India, Brasile — furono i vincitori del decennio. L’S&P500 fece -10% nello stesso periodo.

Anni 2010-2025: gli Stati Uniti sono tornati a dominare, trainati dalle Big Tech.

Anni 2025-2035: chi lo sa?

Chi nel 2000 avesse investito solo nell’S&P500 avrebbe perso il decennio d’oro dei mercati emergenti. Chi nel 2010 avesse investito solo nei mercati emergenti avrebbe perso il decennio d’oro dell’America. In entrambi i casi, la scelta era basata sui rendimenti del decennio precedente — lo specchietto retrovisore.


Il portafoglio “tutto America” non è diversificato

Oggi molti portafogli di investitori italiani sono sovrappesati sugli Stati Uniti — spesso senza rendersene conto. Chi possiede un ETF sul MSCI World ha già il 65% in America. Chi aggiunge un ETF sull’S&P500 o un fondo tecnologico sta concentrando ancora di più.

Il risultato è un portafoglio che sembra diversificato — ci sono tanti titoli, tanti settori, tanti nomi — ma che in realtà dipende per il 70-80% dall’andamento di un unico paese. Se quel paese attraversa un decennio perduto, tutto il portafoglio ne risente.

La vera diversificazione geografica significa avere una esposizione significativa anche all’Europa, all’Asia, ai mercati emergenti — non perché renderanno di più dell’America (non lo sappiamo) ma perché se l’America rallenta, gli altri mercati possono compensare.

È lo stesso principio che vale per la diversificazione tra asset class: non si tiene tutto in azioni, non si tiene tutto in obbligazioni, non si tiene tutto in immobili. E non si tiene tutto in un unico paese — nemmeno se quel paese è gli Stati Uniti.


Il home bias italiano: l’altro lato del problema

In Italia esiste anche il problema opposto: il home bias — la tendenza a investire prevalentemente nel mercato domestico perché lo si sente “più vicino”.

Chi ha il portafoglio pieno di BTP, azioni italiane e immobili in Italia ha un patrimonio concentrato su un paese che rappresenta meno del 2% del PIL mondiale. Se l’economia italiana rallenta — come accaduto tra il 2008 e il 2015 — il reddito da lavoro scende, gli immobili perdono valore e il portafoglio finanziario soffre. Tutto insieme.

Il rischio non è essere esposti all’Italia — è essere esposti solo all’Italia. O solo all’America. O solo a qualsiasi singolo mercato.


Cosa fare in pratica

Verificare la concentrazione geografica del portafoglio. Chiedi al tuo consulente — o controlla tu stesso — quanto del tuo portafoglio dipende dall’andamento degli Stati Uniti. Se la risposta è “più del 60%”, hai un problema di concentrazione anche se hai cento titoli diversi.

Non inseguire il rendimento passato. Il mercato che ha reso di più negli ultimi dieci anni non è necessariamente quello che renderà di più nei prossimi dieci. La rotazione è la norma — non l’eccezione. Come abbiamo visto nell’articolo sul rendimento reale, ciò che conta è il risultato netto nel lungo periodo, non la classifica del decennio precedente.

Diversificare tra aree geografiche. Un’esposizione bilanciata tra America, Europa, Asia e mercati emergenti non garantisce il rendimento massimo in ogni singolo anno — ma riduce drasticamente il rischio di trovarsi dalla parte sbagliata di un cambio di leadership.

Ribilanciare periodicamente. Quando un mercato sale molto, il suo peso nel portafoglio aumenta automaticamente. Ribilanciare significa vendere un po’ di ciò che è salito tanto e comprare un po’ di ciò che è rimasto indietro — è controintuitivo ma è esattamente ciò che protegge nel lungo periodo.


Guardare il parabrezza

Nessuno sa quale sarà il mercato vincente del prossimo decennio. E chi dice di saperlo sta facendo una previsione — non un’analisi. La lezione del Giappone, dei mercati emergenti e dei decenni perduti è sempre la stessa: la concentrazione su ciò che ha funzionato fino a ieri è la forma più pericolosa di falsa sicurezza.

Il lavoro del consulente non è scegliere il mercato giusto — è costruire un portafoglio che funzioni indipendentemente da quale mercato sarà il vincitore. Questo si fa con la diversificazione, la disciplina e il ribilanciamento. Non con lo specchietto retrovisore.


Valutare il servizio

Per chi desidera verificare la concentrazione geografica del proprio portafoglio — e capire se la propria strategia è davvero diversificata o solo apparentemente — è possibile richiedere un incontro conoscitivo riservato.


Domande frequenti

Cos’è successo al Nikkei giapponese?
L’indice Nikkei 225 raggiunse il massimo storico di 38.957 punti il 29 dicembre 1989. Dopo lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria giapponese, crollò e non tornò a quei livelli per 34 anni — fino al 2024. È il caso più estremo di decennio perduto nella storia dei mercati finanziari.

L’America può fare la fine del Giappone?
Non è possibile saperlo con certezza. I contesti sono diversi ma le dinamiche di concentrazione e sopravvalutazione possono ripetersi. Il punto non è prevedere un crollo americano — è costruire un portafoglio che funzioni anche se dovesse accadere.

Il mio portafoglio è troppo concentrato sull’America?
Se il peso degli Stati Uniti nel portafoglio supera il 60-65%, la concentrazione è elevata. Un ETF sul MSCI World ha già il 65% in America — aggiungere fondi americani o tecnologici aumenta ulteriormente l’esposizione. Verificare la distribuzione geografica è il primo passo.

Come si diversifica geograficamente?
Con un’esposizione bilanciata tra Stati Uniti, Europa, Asia sviluppata e mercati emergenti. Il peso di ciascuna area va calibrato sulla strategia complessiva e ribilanciato periodicamente per evitare che un singolo mercato domini il portafoglio.


Mirko Tessari — Consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede
Iscritto all’Albo OCF — Delibera n. 804 del 18/01/2017

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