In Italia, le coppie non sposate rappresentano una realtà sempre più diffusa. Professionisti, imprenditori, persone al secondo capitolo della vita che hanno scelto — consapevolmente o per inerzia — di non formalizzare l’unione. E che, nella maggior parte dei casi, non hanno idea di cosa questo significhi per il proprio patrimonio.
Perché la legge italiana, su questo punto, è brutale nella sua chiarezza: il convivente non ha diritti successori. Non ha diritto alla pensione di reversibilità. Non ha, in assenza di strumenti specifici, alcuna tutela patrimoniale automatica. Tutto ciò che in un matrimonio è garantito per legge, nella convivenza va costruito — uno strumento alla volta.
Quando il patrimonio è modesto, il problema è teorico. Quando il patrimonio è importante — un immobile, investimenti, un’impresa — il problema diventa molto concreto. E quasi sempre ci si pensa troppo tardi.
Cosa succede se viene a mancare il partner: la realtà giuridica
Facciamo un esempio concreto. Due persone convivono da quindici anni. Hanno comprato casa insieme — ma intestata solo a uno dei due, per semplicità o per ragioni fiscali. Hanno un conto cointestato. Uno dei due ha un’azienda. Nessun testamento, nessuna polizza, nessun contratto di convivenza.
Se il partner intestatario dell’immobile viene a mancare, la casa va agli eredi legittimi: figli (se ci sono), genitori, fratelli. Il convivente superstite ha un diritto di abitazione — ma temporaneo: da 2 a massimo 5 anni in base alla durata della convivenza (Legge Cirinnà, art. 1 comma 42). Il coniuge, per confronto, ha un diritto di abitazione vitalizio. Dopo quei 5 anni al massimo, il convivente deve lasciare la casa in cui ha vissuto per quindici anni.
Il conto cointestato? La quota del defunto (presunta al 50%) entra nell’asse ereditario. La pensione di reversibilità? Riservata al coniuge o all’ex coniuge con assegno divorzile — il convivente è escluso. L’azienda? Va agli eredi legittimi, che potrebbero non avere alcun interesse a mantenerla.
È una situazione che abbiamo incontrato più volte nella nostra attività professionale. E che si risolve quasi sempre con un accordo tra il convivente superstite e gli eredi — spesso in condizioni di debolezza negoziale, sotto pressione emotiva e senza alcuna leva giuridica.
Gli strumenti che esistono (e che pochi conoscono)
La buona notizia è che gli strumenti per proteggere il convivente esistono. La cattiva notizia è che richiedono azione — non si attivano da soli. Vediamoli uno per uno.
Il testamento. È lo strumento più semplice e più trascurato. Basta un testamento olografo — scritto a mano, datato e firmato — per lasciare al convivente una quota del patrimonio. Attenzione: se ci sono figli o genitori viventi, la legge riserva loro una quota minima (la “legittima”) che non può essere intaccata. Ma la quota disponibile — quella di cui si può disporre liberamente — può essere interamente destinata al convivente. Su un patrimonio importante, la quota disponibile può valere centinaia di migliaia di euro.
La polizza vita con beneficiario designato. È lo strumento più potente e meno conosciuto per la protezione del convivente. Il capitale versato attraverso una polizza vita va direttamente al beneficiario designato — che può essere chiunque, incluso il convivente — senza passare per la successione. Questo significa che non viene toccato dalla quota di legittima, non entra nell’asse ereditario, non è soggetto a imposte di successione. Per patrimoni importanti, è uno strumento di pianificazione straordinariamente efficace.
Il contratto di convivenza. Introdotto dalla Legge Cirinnà del 2016, consente ai conviventi di regolare i rapporti patrimoniali, stabilire il regime patrimoniale della coppia e definire le modalità di contribuzione alle spese comuni. Non conferisce diritti successori né diritto alla reversibilità, ma è un primo passo importante per formalizzare la relazione sotto il profilo giuridico. Deve essere redatto per atto pubblico o scrittura privata autenticata.
L’acquisto in comproprietà. L’immobile acquistato insieme, intestato a entrambi i conviventi (tipicamente al 50%), garantisce che la quota di ciascuno resti nel proprio patrimonio. Se un partner viene a mancare, gli eredi ereditano solo la sua quota — non quella del convivente. Non è una soluzione perfetta, ma evita lo scenario peggiore.
Il trust o la società fiduciaria. Per patrimoni complessi — più immobili, partecipazioni societarie, asset in diversi paesi — il trust consente di vincolare determinati beni a beneficio del convivente e dei figli, con regole precise e personalizzabili. È lo strumento più sofisticato e richiede assistenza legale specializzata, ma per patrimoni rilevanti può essere la soluzione più completa. Per chi desidera approfondire questa opzione, è possibile richiedere un confronto dedicato — collaboriamo direttamente con una trust company per la strutturazione e la gestione di questi strumenti.
La pensione di reversibilità: il grande escluso
È il punto più doloroso. Il convivente di fatto non ha diritto alla pensione di reversibilità del partner — nemmeno dopo trent’anni di convivenza, nemmeno con figli in comune, nemmeno con un contratto di convivenza registrato.
La reversibilità spetta al coniuge (60% della pensione), all’ex coniuge con assegno divorzile se non risposato, e ai figli minorenni, studenti o inabili. Il convivente è completamente escluso.
Questo significa che, in una coppia non sposata in cui uno dei due partner è il percettore principale di reddito, la morte di quel partner lascia il convivente superstite senza alcun sostegno previdenziale automatico. Se non è stato costruito un patrimonio personale adeguato, se non ci sono polizze vita, se non c’è un testamento, la situazione può diventare critica — anche per coppie con patrimoni complessivi importanti.
La compensazione va costruita con strumenti privati: una TCM (temporanea caso morte) calibrata sull’effettivo fabbisogno del convivente superstite, un patrimonio investito che generi rendita, una pianificazione che consideri esplicitamente questo scenario.
La fiscalità: il costo di non essere sposati
C’è un aspetto fiscale che molte coppie non sposate ignorano: le imposte di successione per il convivente sono enormemente più alte rispetto a quelle per il coniuge.
Il coniuge ha una franchigia di 1.000.000 di euro e paga il 4% su quanto eccede. Il convivente — equiparato a un “estraneo” ai fini fiscali — paga l’8% senza alcuna franchigia, su tutto il valore ereditato.
Su un lascito di 500.000 euro: il coniuge non paga nulla (sotto la franchigia). Il convivente paga 40.000 euro di imposte. Su un milione: il coniuge paga zero. Il convivente paga 80.000 euro. È una differenza che, su patrimoni importanti, rende la pianificazione successoria non un’opzione ma una necessità.
Anche qui, la polizza vita offre un vantaggio decisivo: il capitale erogato al beneficiario di una polizza vita è esente da imposte di successione. Per il convivente, è spesso lo strumento fiscalmente più efficiente per trasferire patrimonio.
Coppie al secondo capitolo: le complessità aggiuntive
Molte coppie non sposate sono composte da persone che hanno già alle spalle un matrimonio, figli da relazioni precedenti, obblighi di mantenimento, patrimoni costruiti in una vita precedente. La pianificazione diventa ancora più complessa.
Come si garantisce il convivente senza ledere i diritti dei figli del primo matrimonio? Come si gestisce un immobile acquistato insieme quando uno dei due ha ancora obblighi verso l’ex coniuge? Come si bilancia il desiderio di proteggere il nuovo partner con la necessità di tutelare gli eredi legittimi?
Sono domande che non hanno risposte standard. Ogni situazione richiede una pianificazione su misura che tenga conto di tutte le variabili — patrimoniali, fiscali, familiari ed emotive. È esattamente il tipo di situazione in cui la collaborazione tra consulente finanziario, avvocato e notaio diventa indispensabile.
La scelta non è se pianificare. È quando.
Per le coppie sposate, la legge offre una rete di sicurezza automatica — imperfetta ma esistente. Per le coppie non sposate, quella rete non c’è. Ogni protezione va costruita consapevolmente, con gli strumenti giusti, nei tempi giusti.
La scelta di non sposarsi è legittima e rispettabile. Ma non deve essere una scelta inconsapevole delle conseguenze patrimoniali. Conoscere i rischi e costruire le tutele appropriate è un atto di responsabilità verso il partner, verso i figli e verso se stessi.
Valutare il servizio
Per coppie non sposate che desiderano verificare la propria situazione patrimoniale e successoria — o per chi vuole comprendere quali strumenti attivare per proteggere il partner — è possibile richiedere un incontro conoscitivo riservato. Un confronto strutturato per mappare i rischi e definire le soluzioni più appropriate.
Domande frequenti
Il convivente può ereditare?
Non automaticamente. Il convivente non rientra tra gli eredi legittimi. Può ereditare solo tramite testamento, nei limiti della quota disponibile (cioè la parte del patrimonio non riservata agli eredi legittimari come figli e genitori).
La polizza vita è davvero il modo migliore per proteggere il convivente?
Per molte situazioni, sì. Il capitale della polizza vita va direttamente al beneficiario designato senza passare per la successione, non è soggetto a imposta di successione ed è impignorabile e insequestrabile (salvo eccezioni). Per il convivente — che altrimenti pagherebbe l’8% di imposta senza franchigia — il vantaggio fiscale è particolarmente significativo.
Il contratto di convivenza dà diritto alla reversibilità?
No. Il contratto di convivenza regola i rapporti patrimoniali tra i conviventi ma non conferisce diritti previdenziali. Il diritto alla pensione di reversibilità resta riservato al coniuge e, in alcuni casi, all’ex coniuge divorziato.
Cosa succede alla casa se il convivente intestatario muore?
Se la casa è intestata a un solo convivente, entra nell’asse ereditario e va agli eredi legittimi. Il convivente superstite ha un diritto di abitazione temporaneo — da 2 a 5 anni secondo la Legge Cirinnà — ma non vitalizio come il coniuge. Se la casa è in comproprietà, solo la quota del defunto entra nella successione. Per questo è fondamentale valutare l’intestazione degli immobili, il testamento e, se opportuno, strumenti come il trust.
Quanto costa la differenza fiscale tra coniuge e convivente in caso di successione?
Il coniuge ha una franchigia di 1.000.000 di euro con aliquota al 4%. Il convivente paga l’8% senza franchigia. Su un patrimonio di 500.000 euro il coniuge non paga nulla, il convivente paga 40.000 euro. Su 1.000.000 euro il coniuge paga zero, il convivente 80.000. La differenza cresce proporzionalmente al patrimonio.
Mirko Tessari — Consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede
Iscritto all’Albo OCF — Delibera n. 804 del 18/01/2017







