Discutiamo spesso di quanto la tassazione sia eccessiva.
Di fatto abbiamo un socio invisibile che non partecipa al nostro rischio di impresa e che pretende la sua parte. Questo socio si chiama Stato.
La tassazione, se guardiamo i soli paesi Europei, è generalmente alta e noi ci distinguiamo ancora di più in maniera negativa.
I dati OCSE mostrano chiaramente come la pressione fiscale media nei paesi sviluppati sia elevata, e come l’Italia si collochi stabilmente sopra quella media.
Gli economisti di tutti i tempi e di colori politici si continuano ad interrogare su quale sia il livello corretto di imposizione tale da garantire i servizi pubblici e le assistenze di welfare da erogare a fronte di un equilibrio di debito pubblico.
Sorvoliamo sulla dinamica del debito pubblico che negli ultimi anni è cresciuto in modo significativo, e torniamo agli equilibri.
Quell’equilibrio tale per cui le cose possono continuare a funzionare.
Perché un equilibrio importante è il livello di tassazione da applicare tale da permettere ai contribuenti di continuare a versare le imposte riducendo l’evasione.
Arthur Laffer, economista statunitense tutt’ora in vita e che ha fatto parte dell’amministrazione Reagan, ha teorizzato una curva mettendo in correlazione la pressione fiscale e il gettito fiscale.
Questa teoria prende il nome di Curva di Laffer e la possiamo rappresentare come vediamo nel grafico qui sotto.

Fonte Wikipedia
La teoria si basa su due fattori:
- Esiste un livello ottimale di tassazione tale da massimizzare le entrate generate dalla riscossione dei tributi
- Esiste un livello di pressione fiscale oltre il quale non è più conveniente fare attività economica, produrre reddito insomma. Oltre questo livello infatti verrebbe incentivata l’evasione fiscale, l’elusione o l’improduttività dal momento in cui le imposte assorbirebbero troppa parte di reddito generato.
Il gettito fiscale diventerebbe quindi nullo in due casi cioè a tassazione zero e tassazione massima al 100%.
Negli altri punti intermedi della curva ci si interroga su quali siano i più confacenti all’ottimo ma è chiaro come spostarsi da un lato all’altra della curva, aumentando o diminuendo la pressione fiscale rispetto ad un punto ipotetico di equilibro, il risultato sia sempre una diminuzione del gettito fiscale.
Vedo a volte una certa correlazione con questa curva trasferendo i riferimenti ai rendimenti del mercato.
Spesso gli investitori non investono al di sotto di un rendimento certo minimo atteso o oltre ad una certa volatilità (o rischio in maniera più impropria).
Normalmente si ritiene che al di sotto di una certa soglia di rendimento non sia conveniente investire.
Il problema però nasce dal fatto che questo può scaturire una ricerca del momento perfetto per entrare che sfocia in un mancato investimento perdurato nel tempo. Ne abbiamo parlato nell’articolo su Mr. Market: il tentativo di indovinare il momento giusto è il modo più efficace per restare fermi.
Non si investe quando i tassi sono al 4% perché l’anno prima erano al 5% quindi si rimane ancorati al rendimento dell’anno precedente. E così via nel corso degli ultimi 15 anni e così via, restando sempre in attesa di condizioni migliori.
E con questo discorso mi sono riferito solo al mercato obbligazionario dove ci sono rendimenti “certi”.
Ma la stessa cosa vale per l’azionario: dove c’è sempre un buon motivo per non investire. Instabilità politiche, situazioni economiche incerte, guerre, pandemie.
Eppure, se riuscissi a vedere più in là nel tempo con una programmazione di lungo termine potrei scorgere rendimenti che vanno oltre il semplice rendimento esplicito di una cedola di una obbligazione.
Soprattutto perché se il rischio è di rimanere in attesa di un qualche evento, potrei rimanere sempre fuori e precludere qualsiasi tipo di rendimento e possibilità di protezione dall’inflazione.
Ti mostro solamente come si sono mosse le principali asset class in un arco temporale di quasi trent’anni.
Come principali asset class prendo a riferimento il denaro contante, le obbligazioni globali, l’azionario internazionale e l’oro e l’inflazione di ogni anno.
Il risultato finale, come vedi dal riepilogo di questa ultima immagine, è che tenere il denaro fermo immobilizzato, porta ad una svalutazione dello stesso e la perdita del potere d’acquisto.
È possibile trovare un equilibrio, come nella Curva di Laffer, nel quale avere un ottimo ritorno in base alle proprie aspettative di rischio/rendimento e mantenere almeno il proprio potere d’acquisto.
Valutare il servizio
Per chi vuole individuare il proprio punto di equilibrio tra rendimento atteso e rischio sostenibile — evitando sia l’immobilismo sia l’esposizione eccessiva — è possibile richiedere un incontro conoscitivo riservato.
Domande frequenti
Cos’è la curva di Laffer?
È una rappresentazione teorica, elaborata dall’economista statunitense Arthur Laffer, del rapporto tra pressione fiscale e gettito fiscale. Mostra che esiste un livello ottimale di tassazione: sia con aliquote troppo basse sia con aliquote troppo alte il gettito si riduce, perché nel secondo caso viene meno la convenienza a produrre reddito.
Perché il gettito fiscale scende se le tasse salgono troppo?
Perché oltre una certa soglia l’attività economica diventa poco conveniente: si riduce la produzione di reddito e aumentano elusione ed evasione. Il risultato è che lo Stato incassa meno pur applicando aliquote più alte.
Cosa c’entra la curva di Laffer con gli investimenti?
Vale un principio analogo: esiste un punto di equilibrio tra rendimento atteso e rischio sostenibile. Chi aspetta rendimenti sempre migliori rischia di restare fermo per anni, subendo l’erosione dell’inflazione — che è la perdita più certa di tutte.
Mirko Tessari — Consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede
Iscritto all’Albo OCF — Delibera n. 804 del 18/01/2017







